Torrione Passari o Nisio.

(Gegè L. Gadaleta album).

Torrione Passari o Gadaleta o Nisio: ha una pianta circolare con uno spessore della muratura al piano terra di 3 metri circa; misura 11 metri ed è alto 13,5 metri sul livello del mare. La costruzione del torrione iniziò nel 1515 per potenziare le difese militari molfettesi. Edificato nel 1515 a spese dell’Università ceduto al barone Galente Gadaleta e, nel 1769, al casato Nisio, ritornò alla città di Molfetta nel 1968 per volontà di Margherita Petroli, figlia di Vincenzo e Giustina Nisio.
Di grande rilevanza storica, culturale ed economica dell'hinterland molfettese, sono state nel Medioevo e all'incirca fino al XVIII secolo le torri disseminate nel territorio rurale di Molfetta e raggruppate lungo tre immaginarie direttrici che sono Molfetta-Bitonto, Molfetta-Terlizzi e Molfetta-Ruvo-Corato. In prossimità dell'ingresso del torrione sono presenti delle botole a cui si accedeva a cunicoli sotterranei, molto frequenti a Molfetta, che conducevano a vari punti della città, costruiti per finalità difensive.

Verso Bisceglie e in prossimità del confine con il suo territorio, si erge a picco sul mare (su uno spuntone di costa rocciosa oggi in erosione) l'unica torre di avvistamento chiamata, sin dal 1569, "Torre Calderina" o "Torre del Porto di San Giacomo", torre costiera del XVI secolo, particolarmente importante in quanto posizionata in un luogo strategico poiché da essa era possibile il collegamento visivo con il Castel del Monte e quindi comunicare per tempo anche agli abitati non rivieraschi più interni (verso Andria e oltre ancora, sino all'altopiano murgiano) il sopraggiungere di eventuali incursioni dal mare. Essa faceva parte del complesso sistema di torri di avvistamento del Regno di Napoli. La sua posizione permetteva la difesa del porto di San Giacomo, approdo medievale di Molfetta. Oggi, questa torre si trova al centro dell'omonima area protetta, proposta come SIC (cioè Sito di Importanza Comunitaria) dalla Unione europea. Sulla SS. 16 è collocata la struttura conosciuta con il nome di "Torre della Cera", realizzata nel 1770 per conto del nobile Pietro Gadaleta alias "della Cera" (nonno materno di Pietro Colletti, poi Colletta). Altre strutture adibite a posti di osservazione (avvistamento), inserite nel tessuto urbano, erano: una delle due torri del Duomo (Vecchia Cattedrale) e il Torrione detto "del mare che passa", noto come Torrione Passari. Il Torrione Passari, in realtà, era un elemento della cintura difensiva della città. La difesa era praticata al di sopra dei tetti, perciò erano frequenti i "cavalcavia" che univano le case e agevolavano il passaggio delle sentinelle.
Le torri dell'agro rurale, utilizzate per villeggiatura o per supporto delle attività agricole, erano caratterizzate da arredo di tipo difensivo (es: la presenza di caditoie). Delle oltre venticinque strutture ricordiamo Torre Gavetone, situata presso il confine con Giovinazzo, di essa resta solo il toponimo che indica una delle più apprezzate spiagge libere superstiti lungo la costa molfettese. Sulla stessa direttrice, ma in posizione arretrata verso l'interno si trova Torre Rotonda della Molinara (1538) il cui nome deriva da Antonio e Bartolomeo, padre e figlio de Molinario, che possedevano un fondo rurale in contrada Venere (prossima al confine con Giovinazzo). Sulla via per Bitonto incontriamo la torre dell'antica chiesa della Madonna della Rosa. Lungo l'asse viario del Mino abbiamo: Torre Cicaloria, il cui nome deriva dal nome e cognome di uno dei suoi proprietari Francesco (Cicco) Loria di Ruvo; Torre Panunzio che coincide con l'antica struttura chiamata Torre di don Marcello Passari (1556); Torre Cascione, nome derivato da quello di un proprietario di un fondo rurale prossimo alla torre, tale Joan Francesco de Urbano alias de mastro Leonardo Pappagallo soprannominato Cascione; Torre del Mino, edificata verosimilmente nel periodo 1561-72; Villafranca (in territorio di Terlizzi), risalente al 1631 e il cui nome indica il riscatto dalla tassa catastale detta "bonatenenza". Per ultima l'ormai diroccata Torre dell'Alfiere, nome derivato dal titolo militare di uno dei suoi proprietari ovvero l'alfiere Francesco Paolo Tottola.


Leggermente più spostate a ovest verso la direttrice per Terlizzi della strada Santa Lucia s'incontrano: Torre del Gallo, nome derivato dal soprannome della famiglia "de la Sparatella" che la fece edificare, forse, connesso o alla nazione di provenienza (Francia) della famiglia o a un semplice agnome; Torre Villotta, struttura già esistente agli inizi del Quattrocento; Torre Falcone, nome derivato dalla famiglia de Falconibus, originaria di Andria; Cappavecchia registrata sin dal 1526, epoca in cui apparteneva alla famiglia de Vulpicellis; Torre Sgammirra, quest'ultima cosiddetta dal soprannome del suo primo proprietario, Antonio di Nicola de Tamburro alias Scambirro (= asino). Di essa non rimane che il rudere costituito da un'intera parete rimasta in piedi e sostenuta lateralmente dai soli monconi angolari.


A ponente, lungo l'asse della strada comunale Coppe (antica strada per Corato), troviamo i resti di Chiuso della Torre, che dà il nome alla omonima contrada, inglobati tra i capannoni industriali della zona ASI (Area Sviluppo Industriale); il Casale, ristrutturato nel 1719 dalla famiglia Passari sul sito dove sorgeva l'antico Casale di San Primo (ottobre 1135); Torre di Claps, con annessa chiesa di San Martino (1083), donata nel 1731 alla famiglia Claps (originaria di Potenza). In prossimità della direttrice della vicinale di Fondo Favale, si ergono: Torre del Capitano, nome derivato dal titolo militare del proprietario (nel periodo 1781-84) ossia dal capitano Vincenzo Brayda. Questa torre è collocata in prossimità del tracciato autostradale della A14. Altre strutture di questo versante sono: Torre di Pettine, nome derivato dal soprannome di Giuseppe Fontana alias Pettine, figlio del maestro sartore Tommaso Fontana; la masseria fortificata denominata Casale Navarrino o Torre di Navarino, nei pressi del confine sud-occidentale dell'agro, alla confluenza con i territori dei comuni di Terlizzi e Bisceglie. Questa torre, il cui primo nucleo risale alla metà del XVI secolo e che fu ampliata nel 1598 da Cesare Gadaleta, prende il nome della contrada in cui è collocata. Il toponimo "Navarino", quasi certamente, ricorda la regione Navarra della Spagna della quale, forse, doveva essere oriundo don Ferrando Briones Yspanus, marito di Costanza Gadaleta, proprietario di un fondo rurale ubicato in questa zona. (da:Wikipedia) - (Ringraziamo Gegè Gad Luigi Gadaleta per aver concesso alcune di queste bellissime foto).
Molfetta - Puglia.


Il sacco di Molfetta.
La mattina del 18 luglio 1529, galere veneziane con a bordo il principe Caracciolo e i soldati al comando del Barone di Macchia, insieme a truppe terrestri comandate da Federico Carafa, si diressero alla volta di Molfetta per impossessarsene. Intanto in città si sparse subito la voce dell'attacco imminente, tuttavia la popolazione non si curò di allestire le dovute difese, sicura delle proprie mura.
Il Capitano di guerra del governo imperiale Ferdinando di Capua (incaricato di capeggiare le operazioni di difesa), all'udire il suono di una tromba - segno di richiesta di resa da parte dei nemici - giungere da una galera approdata nel porto molfettese, si attivò nell'organizzazione della difesa per cui fu respinto l'ultimatum.
L'attacco iniziò, dopo varie ore spese in sberleffi vicendevoli, per mano veneziana quando i medesimi decisero, chi scavalcando le fortificazioni, chi intrufolandosi di nascosto attraverso il canale di scolo nei pressi del Duomo, di irrompere in città. Nonostante la valorosa e strenua resistenza opposta da Ferdinando di Capua assieme a pochi animosi popolani, la città fu invasa dai francesi. Quantunque Caracciolo avesse ormai preso possesso del luogo, nelle ore successive continuarono intrepidi a combattere alcuni irriducibili molfettesi che arrivarono a eliminare svariati soldati occupanti.
Queste uccisioni provocarono le ire dei conquistatori che per tre giorni misero a ferro e fuoco la città, dal 18 al 20 luglio 1529. Molti rivoluzionari furono arsi vivi e le strade erano intasate dai cadaveri. I danni per la città furono incalcolabili. Su una popolazione di 5000 residenti si contarono almeno 1000 morti. (From: Wikipedia).

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